E’ un post che aspettava di essere scritto, che era già pronto, lì, nemmeno troppo nascosto. L’ho ripetuto tante volte “Devo scriverci un post”, ma ho sempre rimandato. (e
lui sarà gelosissimo, vi avviso)
Oggi è la giornata giusta, perché non voglio dover convincere tutte le volte qualcuno a lasciare la sua casa, il suo biliardo, i suoi libri per qualche ora. Voglio convincerlo adesso, una volta per tutte.
Ci sono due persone che ritengo davvero meravigliose, due vecchietti, come dicono loro, due insegnanti, come diciamo noi. E con noi non intendo io e Riccardo, intendo molti altri che amano la loro compagnia, amano i loro racconti e i loro consigli. Due persone che non ti conoscono, ma ti aprono la loro casa come se fosse tua, e lì ti senti sicuro, protetto e amato davvero dal profondo.
Lei è dinamica, se potesse non starebbe ferma e zitta nemmeno mentre dorme. E’ impegnata, sempre e comunque, è dolce e premurosa, anche con noi, che siamo a 248 km di distanza (o a 20, a seconda del noi), ma che li sentiamo vicini, come se abitassero al piano di sotto. Per stavolta, però, non è di lei che devo parlare. (anche se spenderei ore per farlo)
Lui è un pigrone. Se potesse starebbe a casa sempre, farebbe quei quattro passi che lo separano dalla libreria e si rimetterebbe comodo sul suo divano. L’ho già convinto qualche volta a raggiungerci, a stare con noi per un po’, ma poi si ricomincia ogni volta da capo.
“Cosa ve ne fate di un vecchietto come me?!” E io sono stanca di sentirglielo dire.
Se ti invitiamo, se ti preghiamo di venire, se siamo disposti a chiamarti e mandarti mail minatorie, se c’è sempre un faccino triste se sappiamo che non vieni, è perché la tua presenza è importante. Non ti invitiamo perché dobbiamo, ma perché vogliamo.
Io voglio girare per il tavolo e incrociare i tuoi baffi grigi, voglio ascoltarti parlare di storia, di politica, di attualità e di qualsiasi altra cosa ti passi per la testa. Soprattutto ascoltare le tue storie, quelle che insegnano un po’ a crescere e che lasciano sempre un pensierino, una riflessione.
Voglio vederti scrutare un po’ tutti e vederti leggere negli occhi di chi sta vicino ogni sentimento. Perché è questo quello che fai. Sentirsi dire “Tatina, che c’è che non va… ti vedo un po’…”, fa piacere, perché sai che c’è qualcuno, che ti ha visto poche volte, ma che ti conosce già abbastanza.
Insomma, abbiamo tutti bisogno anche di te.
Tito, ti aspetto il 28.